Le lotte del bracciantato nel dopoguerra

ROSARNO - Rosarno ha una storia. Ed è una storia di lotte contadine. Che con le occupazioni delle terre del demanio fecero di questo poverissimo borgo una ridente cittadina nell'immediato dopoguerra. Quella storia è disegnata su un affresco sul muro della posta centrale, in piazza Valarioti. Un uomo e una donna con un neonato in braccio, seguiti da un gruppo di contadini, marciano a testa alta in mezzo a oliveti e aranceti. Due generazioni dopo, a sfruttare il lavoro nero dei braccianti stranieri, sono i figli di quegli stessi contadini. La maggior parte dei terreni infatti è di piccoli proprietari, spesso eredi dei braccianti a cui vennero redistribuite le terre nel dopoguerra.

La Guerra aveva distrutto la già fragile economia calabrese. Braccianti e contadini erano più poveri di prima. Interi paesi erano senza strade, senza luce, senza acqua corrente, senza cimiteri, medici e scuole. Le prime occupazioni iniziarono nel settembre del 1944 a Casabona, in provincia di Krotone. Le truppe alleate non intervennero. Il movimento di occupazione delle terre dei latifondi iniziò a prendere forma, soprattutto nel crotonese. Il 28 novembre 1946 cadde la prima vittima. Giuditta Levato, uccisa per mano del fattore di un agrario, a Calabricata. Il 29 ottobre 1949 durante un'occupazione a Melissa, la polizia aprì il fuoco sui contadini. Morirono tre persone: Angelina Mauro, Francesco Nigro e Giovanni Zito. Altri 14 rimasero feriti. Due anni prima, il primo maggio 1947, si era consumata la strage di Portella della Ginestra, a Palermo, dove i banditi di Giuliano avevano ucciso 11 contadini.

E' in questo clima che a Rosarno la cooperativa Primo Maggio di Enzo Misefari del Partito Comunista italiano, inizia le occupazioni dei circa 2.000 ettari di bosco di proprietà del demanio, intorno al borgo. I primi che occuparono le terre, furono arrestati dalla polizia di Scelba. Ma alla fine si procedette alla redistribuzione. Le terre venivano misurate con uno spago, da cui venne la misura di 6.660 metri quadrati della “cota”. Ogni bracciante aveva diritto a mezza cota. La coltivazione di arance non iniziò subito. All'inizio venivano usati per coltivare legumi e angurie.

Le famiglie contadine erano numerose, contavano sette o otto figli. Ogni mattina scendevano tutti in strada per cercare lavoro nei campi, come fanno oggi gli immigrati. Al bosco poi c'era la zona dei carcerati. “Ai carcerati” si chiamava. Erano terre che erano state riservate ai militanti finiti in carcere per le occupazioni e che vennero loro assegnate alla loro liberazione. Allora Rosarno era molto povero. Al punto che uno dei suoi quartiere veniva chiamato Corea, e i suoi abitanti coreani, perché ricordavano le immagini dei profughi coreani sotto le bombe americane in quegli anni.

Solo a metà degli anni Sessanta il Consorzio della bonifica realizzò l'irrigazione e si poté iniziare a piantare gli agrumi. Per le famiglie contadine fu una manna. Tutti i membri della famiglia lavoravano alla coltivazione. Ed era molto redditizia. Con gli incassi si riuscivano a costruire case e a sposare figli. Da cui il proverbio dialettale: Cunna cota i giardino si izavano case e si maritavano i figghi

posted by Gabriele Del Grande at Fortress Europe

  

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